Da tempo ormai immemorabile il governo dei popoli passa anche attraverso l’induzione del sentimento che tutto ciò che è in qualche modo diverso, debba produrre diffidenza e paura in quanto pericoloso e che, pertanto, debba essere rifiutato.

Centinaia, migliaia, probabilmente decine di migliaia di strutture sparse un po’ dovunque nel mondo rendono testimonianza di questo rifiuto. Sono carceri, manicomi criminali e non, riformatori, campi di concentramento e sterminio, ghetti, centri di identificazione ed espulsione (CIE).

Si sostiene che questi istituti siano necessari ed abbiano lo scopo di curare, redimere, rieducare. Niente di più falso ed ipocrita. Falso poiché è a tutti evidente che queste strutture non svolgono l’attività dichiarata. Chi entra in carcere, molto spesso, una volta uscito ci rientra rapidamente poiché non c’è alcun percorso concreto di reinserimento nella società. Eppure sarebbe così conveniente: mantenere una persona in un carcere ha dei costi molto elevati, consentirle di lavorare una volta in libertà la metterebbe nelle condizioni di poter contribuire.

La stessa cosa vale per i riformatori che non sono altro che un anticamera per la prigione.

I manicomi, specie quelli criminali, da sempre, più che di cercare di curare un malato, si preoccupano di metterlo in condizioni vegetative, in modo da non essere più un “problema” per società o famiglia. Così vengono imbottiti di farmaci, che annichiliscono ma non risolvono il loro problema, se non addirittura sottoposti ad interventi che non hanno nulla di medico: lobotomia, elettroshock. Non si creda diversamente, queste “terapie” sono tuttora assai frequenti.

Per quel che riguarda i campi di sterminio o di concentramento, non serve dire molto. Lo scopo è sempre stato quello di smaltire vite umane. Anche di questi il mondo ne conta ancora molti attivi e non cito i casi per il solo fatto che l’argomento che mi preme evidenziare è un altro.

Gli ultimi nati sono i CIE il cui scopo dichiarato è quello di identificare al fine di espellere immigrati “irregolari”. Se fosse vero, non si spiegherebbe come mai siano zeppi di persone scarcerate e che, quindi, sono di certo identificate.

E vengo all’ipocrisia, che dovrebbe apparire evidente, visto che ciò che viene sostenuto è palesemente falso. E’ un’ ipocrisia estremamente subdola, e che riguarda in particolare i CIE, poiché si cela dietro al proclamato pericolo che deriverebbe dall’avere queste persone fuori da questi centri. In realtà non ci sarebbe alcun pericolo in più, ma fa comodo crederlo. Fa comodo additare come causa dei mali sociali all’interno di questo paese qualcuno che arriva da fuori, facilmente identificabile dal colore della pelle o dalla lingua e per il quale, essendo uno sconosciuto, si nutre ben poca empatia. Fa comodo perché con la scusa di difenderci da questi migranti si possono emanare nuove leggi che, alla fine, limitano la libertà di tutti. Insomma, déjà vu: si produce nella società uno shock che lascia sgomenti rendendo possibile attuare riforme (o meglio controriforme) altrimenti impensabili. Milton Firedman docet.

Proprio qui sta il punto: è necessario acquisire consapevolezza di questa ipocrisia e poi respingerla. Finché rinchiuderemo dei disperati che arrivano nel paese in cerca di un futuro in galere, faremmo un danno anche a noi stessi ed ai nostri figli. Per questa ragione almeno, se non per un auspicabile sentimento umanitario, dobbiamo respingere l’idea che la soluzione alla migrazione delle genti, causata dalla disparità di condizioni di vita, possa essere il rifiuto violento, ed accettare il fatto che l’unica soluzione reale e possibile passa attraverso l’integrazione sociale e culturale oltre che alla redistribuzione della ricchezza. Non farlo non farà altro che aumentare tensione e conflitto sociale fino alle più estreme conseguenze.

E’ una visione profondamente sbagliata e miope quella che esprime Grillo sul suo Blog nel post “Gli italiani non votano mai a caso”. e che riporto alla fine di questo post.

Se andiamo a guardare la realtà delle cose, la situazione è questa:
Elettori: 47.126.326
Non votanti: 11.696.754 + 821.229 (schede bianche o nulle)
Grillo: 8.688.545
PD, PD-L, Altri: 25.919.798
Questa rappresentazione ci mostra cosa? Che il cosiddetto gruppo B è di gran lunga maggioritario, seguito dal gruppo C quelli che in un modo o nell’altro non si riconoscono negli altri gruppi ed infine il gruppo A che rappresenta, a conti fatti, il 18,7% degli elettori.
L’errore sta quindi nel non aver fatto i conti come si deve, ma populismo e demagogia vanno a braccetto, quindi ci sta.
La miopia, di gran lunga più grave e pericolosa, sta nel fatto di non aver colto alcune cose fondamentali.
I blocchi non sono due e non sono uno contro l’altro, a meno che non ci riduca a considerare solo quelli che credono nel sistema (di cui fa parte anche M5S visto che va in parlamento e visto che festeggia una vittoria, di Pirro, elettorale) e quelli che non ci credono.
La realtà italiana non è mai stata così semplice tant’è vero che il sistema maggioritario non funziona. I “blocchi” come li rappresenta Grillo, sono spesso sovrapponibili e per questa ragione sono antagonisti solo su determinati argomenti. In caso contrario si sarebbe già constatata una qualche lotta di classe, cosa che non avviene, quantomeno non nel modo descritto.
Un’altro elemento di miopia è parlare di primavera. Mi pare che faccia riferimento ai movimenti arabi che vengono spesso riferiti come “primavera araba”. Questi movimenti, senza addentrarmi troppo in dettagli, hanno avuto tutti una caratteristica fondamentale: hanno ribaltato i governi in modo violento e poi si sono appropriati dei parlamenti con esiti molto diversi. Qui, per usare metafore, non c’è alcuna primavera, ne inverno, ne estate, ma un eterno autunno. E di questo autunno è entrato a far parte pienamente anche il M5S. Nessuna rivoluzione o rivolta o che. “Libere” elezioni “democratiche”. Cosa accadrà? Nulla di nuovo. Una certa percentuale di grillini si farà comprare, è inevitabile. Grillo continuerà a fare il duce virtuale arringando dal blog e sempre da lì muoverà (o cercherà di farlo) le sue truppe. Poi, dopo un po’ di inutili tentativi si andrà al voto e, se la mentalità dei molti non cambierà, si continuerà nell’eterno autunno. Gli italiani, per ora!, sono così: hanno bisogno di essere rassicurati nell’essere gregge e seguire il capo. Finché un altro capo, più scaltro, non si farà seguire.
Tutto questo non è casuale ma costruito, giorno dopo giorno con la scuola (o meglio col suo smantellamento), con la tv, con internet, con fb, con tutto quello che può distogliere i cittadini dal essere parte attiva del loro destino individuale e sociale. E’ il mezzo attraverso il quale ogni potere da tempo governa il popolo un po’ ovunque nel mondo.

Il post di Grillo

“Gli italiani non votano a caso, queste elezioni lo hanno ribadito, scelgono chi li rappresenta. In Italia ci sono due blocchi sociali. Il primo, che chiameremo blocco A, è fatto da milioni di giovani senza un futuro, con un lavoro precario o disoccupati, spesso laureati, che sentono di vivere sotto una cappa, sotto un cielo plumbeo come quello di Venere. Questi ragazzi cercano una via di uscita, vogliono diventare loro stessi istituzioni, rovesciare il tavolo, costruire una Nuova Italia sulle macerie. A questo blocco appartengono anche gli esclusi, gli esodati, coloro che percepiscono una pensione da fame e i piccoli e medi imprenditori che vivono sotto un regime di polizia fiscale e chiudono e, se presi dalla disperazione, si suicidano. Il secondo blocco sociale, il blocco B, è costituito da chi vuole mantenere lo status quo, da tutti coloro che hanno attraversato la crisi iniziata dal 2008 più o meno indenni, mantenendo lo stesso potere d’acquisto, da una gran parte di dipendenti statali, da chi ha una pensione superiore ai 5000 euro lordi mensili, dagli evasori, dalla immane cerchia di chi vive di politica attraverso municipalizzate, concessionarie e partecipate dallo Stato. L’esistenza di questi due blocchi ha creato un’asimmetria sociale, ci sono due società che convivono senza comunicare tra loro. Il gruppo A vuole un rinnovamento, il gruppo B la continuità. Il gruppo A non ha nulla da perdere, i giovani non pagano l’IMU perché non hanno una casa, e non avranno mai una pensione. Il gruppo B non vuole mollare nulla, ha spesso due case, un discreto conto corrente, e una buona pensione o la sicurezza di un posto di lavoro pubblico. Si profila a grandi linee uno scontro generazionale, nel quale al posto delle classi c’è l’età. Chi fa parte del gruppo A ha votato in generale per il M5S, chi fa parte del gruppo B per il Pld o il pdmenoelle. Non c’è nessuno scandalo in questo voto. E’ però un voto di transizione. Le giovani generazioni stanno sopportando il peso del presente senza avere alcun futuro e non si può pensare che lo faranno ancora per molto. Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch’essi dalle tasse. E’ una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza.

Nei prossimi giorni assisteremo a una riedizione del governo Monti con un altro Monti. L’ammucchiata Alfano, Bersani, Casini, come prima delle elezioni. Il M5S non si allea con nessuno come ha sempre dichiarato, lo dirò a Napolitano quando farà il solito giro di consultazioni. Il candidato presidente della Repubblica del M5S sarà deciso dagli iscritti al M5S attraverso un voto on line. Passo e chiudo. Sta arrivando la primavera. Ripeto: sta arrivando la primavera.”

 

Traendo spunto  da una discussione tra amici davanti ad alcune birre, ho voluto raccogliere alcune considerazioni sui massimi sistemi. E già questo la dice lunga sulla profondità dei contenuti….

La scelta

Se accettiamo il fatto che l’essere umano sia dotato di coscienza, dobbiamo ammettere anche che le sue azioni siano frutto di scelte. Queste scelte possono essere dettate dalla ragione o dall’impulso ma alla fin dei conti sono, appunto,  scelte tra varie possibilità.

Queste scelte sono fatte secondo il principio del “per il nostro meglio”, dove per nostro possiamo intendere noi stessi o persone a cui teniamo o, eventualmente, o la nostra comunità e per “meglio” potremmo intendere un interesse psicologico, fisico’ economico o altro. Va da sé che questo “nostro meglio” è soggettivo e contingente. Soggettivo, nel senso che quando scegliamo siamo “onestamente convinti” che sia per il “nostro meglio” pur ammettendo la possibilità di commettere un errore, e contingente perché ciò che oggi è il “nostro meglio” non è detto che lo sia domani. Siccome queste affermazioni mi sembrano intuitivamente condivisibili, evito di soffermarmi cercando di dimostrarlo.

Se escludiamo casi patologici, questa definizione dovrebbe contenere un po’ tutto. Si potrebbe obiettare che si possa essere indotti con coercizione a decidere tra più possibilità. Anche queste sarebbero comunque scelte, anche se la libertà di scelta verrebbe meno.

Le scelte che facciamo determinano ciò che siamo.

Appare abbastanza intuitivo, come concetto, ma qualche aspetto va sottolineato.

Ad esempio, non si potrebbe dire “siamo ciò che abbiamo scelto di essere”, dal momento che ci sono eventi incidentali, quali le malattie, che contribuiscono a farci essere ciò che siamo indipendentemente dalle nostre scelte.

Tolto questo, siamo effettivamente ciò che abbiamo scelto di essere, anche se siamo stati costretti a farlo.

Libertà di scelta e società

Essere costretti a fare una scelta è, in effetti, una questione fondamentale per molte ragioni. Quella che mi interessa ora è che la costrizione rimuove completamente la responsabilità delle proprie azioni. Questa è una questione talmente cruciale che viene dibattuta dai filosofi e teologi da secoli.

Va anche sottolineato che nel momento in cui si affronta la questione della “responsabilità delle proprie scelte” ci si muove dal personale verso il sociale. Infatti non ci sarebbe molto da discutere se le conseguenze ricadessero solo sull’autore della scelta.

Mi pare quindi di poter dire che la libertà di scelta sia il punto centrale nel momento in cui si affronta la questione delle scelte a livello sociale. Da questo punto di vista, in qualunque rapporto sociale non si può prescindere dalla libertà di scelta. Mi sembra infatti che in un contesto sociale non si possa accettare che “per principio” la responsabilità delle proprie azioni (frutto di scelte libere) non ricada sul suo autore.

Per questa ragione, la libertà di scelta deve stare alla base dei rapporti sociali.

Questa affermazione non esclude che siano necessarie altri elementi per far funzionare i rapporti sociali, né implica che non ci debba essere una gerarchia, stabilisce unicamente che questi elementi e queste gerarchie devono sempre garantire la libertà di scelta per poter mantenere la responsabilità delle azioni in chi le compie.

La migliore società possibile

La risposta è no, questa non è la migliore società possibile. Non lo è intuitivamente e non lo può essere nemmeno razionalmente.

Come detto, in quanto esseri limitati, le nostre scelte sono soggette a errori. Così come lo sono quelle individuali, in modi diversi, lo sono quelle di gruppo, sociali. Dico in modi diversi, perché gli errori non sono semplicemente determinati dagli errori individuali, ma anche da quelli determinati dal metodo utilizzato per collettivizzare una scelta individuale.
Appare evidente che se noi siamo (con tutte le limitazione espresse in precedenza) il prodotto delle nostre scelte, la società è il prodotto di tutte le scelte fatte precedentemente, siano esse individuali o collettive.

Alla luce di queste osservazioni risulta, non quantificato ma evidente, che la probabilità che non siano stati commessi errori di scelta è statisticamente irrilevante e poiché questa sarebbe la migliore delle società solo se prodotto di scelte esatte, ne consegue che questa non è la migliore società possibile. Se è così allora è non solo lecito, ma necessario porsi una domanda: quale sarebbe la migliore società possibile?

Valori etici

Per rispondere a questa domanda, verrebbe da dire: innanzitutto dobbiamo analizzare gli errori che sono stati commessi, determinare quali dovrebbero essere i valori ed i principi etici  di riferimento, immaginare un modello di regole per gestire le relazioni individuali e molte altre cose ancora.

Io credo che questo processo non solo non sia necessario ma che sia un’invenzione di chi, trovandosi a suo agio in questa società, non la voglia cambiare. Insomma una sorta di ostruzionismo. In particolare, credo che l’analisi degli errori commessi sia da limitare esclusivamente al riconoscere che errori sono stati commessi di certo. Penso anche che la determinazione dei valori/etica si possa risolvere con estrema semplicità stabilendo che ci  si deve basare sulla libertà e non serva altro, e che l’unica regola necessaria sia quella che definisce come si giunge ad una scelta sociale.

Per quanto riguarda l’individuazione degli errori, in modo piuttosto sbrigativo probabilmente, è possibile fare questa considerazione. Conoscere i propri errori è utile per evitare che questi vengano ripetuti. Questo è valido esclusivamente se i presupposti di partenza restano validi. Ma pasta che uno dei presupposti venga meno e ciò che è stato un errore potrebbe non esserlo più. Se, per esempio, si modificasse anche uno solo dei valori di riferimento, molte delle scelte sbagliate apparirebbero giuste e viceversa. Ma se vogliamo immaginare la “migliore società possibile” dobbiamo mettere in discussione anche gli stessi valori di riferimento e l’analisi degli errori risulterebbe inutile a meno che i valori non fossero gli stessi. Per risparmiare tempo, possiamo dire questo, qualora scoprissimo che i valori di riferimento sono immutati, andremo ad analizzare gli errori.

Tra tutti i valori che ci potrebbero venire in mente, ce n’è uno che sta sempre alla loro base ed è la libertà. Senza la libertà, non ci può esser alcun altro valore.

Vorrei fare una precisazione. Nel momento in cui faccio uso del termina “valore”, lo faccio in un senso molto ampio includendo oltre a quelle caratteristiche che normalmente si riferiscono all’etica, anche a quelle che si riferiscono a diritti. Questo per il fatto che definire solo i valori senza legarli al diritto di esercitarli, pone un serio limite, che viene fin troppo spesso utilizzato per negare quegli stessi diritti. Per esempio, il valore “vita”, nel senso di inviolabilità della vita, per quanto scontato nel “nostro” sistema etico, di fatto viene sistematicamente violato proprio perché non viene garantito il diritto alla vita, basti pensare alle guerre o alla pena di morte.

Prendiamo ora, ad esempio,  il valore “vita” e priviamolo dell’attributo “libertà”. In queste condizioni, sarebbe possibile prendere una persona, costringerla in un tugurio, in catene,  e sostenere di aver comunque garantito il diritto alla vita. E’ evidente che quella non sarebbe vita nel senso comunemente inteso. Per questa ragione possiamo sostenere che la vita (il valore “vita”) ha alla sua stessa base la libertà.

Questo concetto di libertà (che sta alla base dei valori etici e che include la “libertà di scelta”) potrebbe, a prima vista, richiedere dei limiti. Ad esempio, si potrebbe sostenere che io potrei essere libero di uccidere un’altra persona e che pertanto, per evitare questa possibilità, è necessario confinare la libertà in qualcosa di molto simile a “la mia libertà finisce dove inizia la libertà altrui”. In realtà questa necessità è frutto di un errore grossolano. Si tratta della confusione tra libertà individuale e libertà sociale. La questione però non sussiste, dal momento che questa dicotomia è assolutamente fittizia. Essendo parte di una società, infatti, la mia libertà coincide con la libertà sociale e questa è alla base del valore “vita” (diritto alla…). Quindi la “libertà di uccidere” di fatto è una “non libertà” e come tale, inesercitabile.

Pertanto, per giungere ad una conclusione, affrettata a dire il vero, l’unico valore etico realmente necessario, nell’ottica di concepire la “migliore società possibile”, è la libertà. Tutti gli altri valori potrebbero essere parte dell’etica di questa società tanto quanto non in contraddizione con questo principio.

Il lavoro

Una società necessita, per esistere, del contributo di tutti, questo contributo è il lavoro. Il lavoro è, però, anche uno degli elementi attraverso il quale l’essere umano si realizza e, quindi, non potrà mai essere in contrasto con il principio di libertà. Sottolineo che non sto parlando di come funziona oggi la società, ma di come dovrebbe funzionare la “migliore società possibile”.

Per poter funzionare, è necessario che ciascuno possa svolgere la professione che preferisce in modo che possa essergli garantita la libertà (in questo caso di sviluppare le proprie attitudini ed inclinazioni). Questo crea una questione: “chi farebbe quei lavori necessari che nessuno vuol fare”? La questione, in realtà, è abbastanza marginale, visto che i lavori veramente essenziali sono minimi, la cosa, però, potrebbe essere facilmente superata usando un sistema di turni: di tanto in tanto dedico un po’ del mio tempo alla società svolgendo l’attività non gradita.

Per quanto riguarda il “cosa fare” è necessario che si trovi un meccanismo attraverso il quale vengano fatte le scelte. L’unico meccanismo che garantisce la libertà, è quello dell’assemblea dei lavoratori. Attraverso di essa vengono fatte le scelte strategiche di sviluppo che decide a maggioranza. Attenzione, le scelte non possono essere vincolanti per la minoranza se questo dovesse implicare un effetto negativo sulla libertà della minoranza, pertanto ogni scelta dovrà prevedere anche come la minoranza sarà garantita.

Questa regola di scelta può essere poi applicata facilmente in ogni contesto.

Il limite apparente di questo sistema è che se funziona a livello locale (piccole società) non può funzionare su larga scala. Ad esempio sarebbe impossibile che per ogni decisione venissero interpellati tutti i cittadini di uno stato.  Ed è vero. Ma prima di proporre una soluzione, val la pena di chiedersi: “servirebbe una struttura governativa permanente che si facesse carico di problematiche di ampia scala?”. La risposta è no. Non solo non è necessaria ma sarebbe anche deleteria. La maggior parte delle questioni, infatti, riguarda il rapporto tra attività contigue, nel qual caso immaginare un’assemblea allargata a due unità lavorative mi sembra abbastanza facile. Per quei casi nei quali è richiesta un coinvolgimento più ampio, potrebbero venir creati dei comitati ad hoc, eletti tra i lavoratori e che esaurirebbero la loro funzione immediatamente dopo aver affrontato la questione. Quindi, in sintesi, nessuna forma di democrazia rappresentativa, ma un approccio di democrazia diretta dal basso, unico che garantisce il reale esercizio della democrazia.

C’è un fatto che non viene mai evidenziato abbastanza, ovvero che la scuola è degli studenti. Sono i ragazzi gli utenti di questo servizio ed è quindi ai loro bisogni ed alle loro necessità dovrebbe essere data la massima attenzione da parte delle famiglie, degli insegnanti e delle istituzioni.

Proprio la mancanza di queste attenzioni è alla base delle proteste degli studenti ed archiviare la cosa come prodotto di una minoranza di ragazzini pigri che hanno trovato un modo per non studiare, oltre a essere falso è anche un errore molto grave.

E’ falso perché non sono una minoranza come appare chiaramente quando scendono nelle piazze ed è falso perché le ragioni della protesta sono molto chiare: chiedono, e spero pretenderanno, di avere un futuro, un futuro che necessariamente passa attraverso la scuola.

La gravità dell’errore sta nel fatto che se non si ascoltano le loro giuste istanze, appunto riconducendola ad una minoranza di “no global”, non si fa nient’altro che stimolare la contrapposizione studenti-istituzioni che, come ormai dovremmo aver imparato, si trasforma in repressione violenta.

Quello che sorprende è come questo non venga compreso da chi vive a contatto con i ragazzi, in primis insegnanti e dirigenti scolastici. Infatti, ad eccezione di una parte minoritaria, stigmatizzano le azioni di protesta vedendo violenza dove non c’è e si affrettano a prendere posizione a favore di chi, spesso con sorprendente solerzia, reprime violentemente ogni minimo tentativo di manifestazione di dissenso.

Ne è un esempio eclatante, quanto sta succedendo in alcune scuole a Trieste e ad esempio prendo il Volta che, come genitore, conosco.

In questa scuola la contrapposizione studenti-dirigenza è netta e lo è non certo per scelta dei ragazzi che, anzi, si sono dimostrati finora eccezionalmente pacati limitando le azioni ad alcune giornate di co-gestione e occupazione simbolica di atrio e corridoi. Va detto che la co-gestione ha ben poco a che fare con l’autogestione o l’occupazione dell’istituto, dal momento che, se è vero che gli studenti hanno scelto i temi di discussione, le attività sono sempre state sotto il controllo dagli insegnati.

A dimostrazione, poi, che il rifiuto del dialogo parte dalla dirigenza della scuola, cito la circolare n°102 “azioni di protesta degli studenti – informazione e richiesta di

collaborazione” con la quale il dirigente scolastico, riportando una sequela di effetti amministrativi e legali motivata da un“mi giunge voce che alcune frange … continuano a ipotizzare l’occupazione”, cerca di ottenere il sostegno dei genitori con un malcelato e maldestro tentativo di intimidazione. Peraltro, non molto diverso, nei toni e nella sostanza, dalla convocazione da parte del questore dei genitori degli studenti autori della protesta in piazza Unità.

Tra le varie, nella circolare si cita il caso dell’occupazione dell’atrio riferendo di una mediazione sostenuta “dall’azione paziente di una pattuglia della Digos”. Questa sarebbe mediazione? A me pare che si tratti, ancora una volta, di intimidazione dal momento che, di fronte ad una pacifica protesta, la dirigenza scolastica si affretta a far intervenire la polizia, non sussistendo alcun rischio per la sicurezza.

Voglio anche far presente che una simile circolare, con la quale viene chiesto “con forza” un azione di dissuasione verso i propri figli, si pone al di fuori dal contesto degli organi di rappresentanza (consigli di classe e d’istituto) dove sarebbe stata possibile una discussione ed un confronto di tutte le istanze.

Come genitore, mi aspetto che insegnati e dirigenti facciano tutto quanto nelle loro possibilità affinché la scuola sia ogni giorno migliore e se questo significa schierarsi a fianco degli studenti durante le azioni di protesta, chiedo “con forza” che lo facciano e che, con altrettanta forza, chiedano anche la partecipazione dei genitori. Solo così il riferimento, fatto nella circolare, a inadempimenti riferiti alla provincia o al ministero, non suonerà come l’ennesimo scarico di responsabilità.

Vista così, peraltro com’è, noi “adulti” dovremmo ringraziare i nostri ragazzi, piuttosto che provare a dissuaderli. E si, la scuola è proprio in confusione.